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Un libro sulla Calabria e il suo popolo in movimento

Vito Teti è un grande studioso dei nostri tempi: professore di Antropologia Culturale presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università della Calabria, ha pubblicato variati libri in cui indaga soprattutto il sostrato culturale dell’Italia tutta, e in particolar modo della sua regione, la Calabria. Teti ha recentemente pubblicato un libro che si intitola “Terra inquieta. Per un’antropologia dell’erranza meridionale”, edito da Rubettino.

Il libro è un intreccio complesso di storie che cercano di raccontare come la gente di Calabria abbia storicamente la vocazione alla migrazione, una migrazione che era circolare fino a quando non è diventata rettilinea, all’epoca in cui moltissimi italiani andavano in America in cerca di fortuna e di una vita migliore. In qualche modo, le ricerche di Teti aiutano non solo a far luce sulla genesi del meridione dello stivale, spiegandoci in che modo è arrivato a formarsi antropologicamente così com’è oggi; ma aiutano anche a leggere i tempi contemporanei. I telegiornali sono pieni delle notizie sui rifugiati che scappano dalle aree medio orientali in guerra e vengono in occidente, attraverso qualunque strada ed usando qualunque mezzo, attraversando spesso difficoltà indicibili, pieni di paura, rabbia e dolore, ma anche e soprattutto di speranza. Per i calabresi in passato, e forse anche oggi, non è stato diverso: e a raccontare tutto questo sono principalmente le foto. Nelle immagini il popolo calabrese appare sempre in movimento, in procinto di partire o appena di ritorno; ed anche quando è fermo, sembra permeato da un senso di precarietà e provvisorietà. Il viaggio è in un certo senso la chiave di lettura della genesi della Calabria: viaggi che dapprima erano dal contado al paese, e che coinvolgevano non solo i vivi, ma anche i morti, attraverso i riti religiosi e folcloristici. Poi arrivò il tempo in cui la migrazione si spostò all’esterno, oltre Oceano, verso l’America e la promessa di felicità e fortuna che recava con sé. Al libro di Vito Teti sono state dedicate molte recensioni positive, tra le quali quella di Roberto Saviano, celebre autore del libro “Gomorra”. Saviano definisce ogni libro del grande antropologo una vera e propria benedizione, e in questo caso specifico plaude la sua capacità di descrivere la storia di un popolo e di una terra attraverso il concetto di viaggio. Anche Dante Maffia ha dato la sua opinione sul libro “Terra inquieta”, scrivendola sulle pagine de “Il Quotidiano”. Ha affermato che quest’opera può risultare ostica ad un primo approccio, ricca com’è di spunti e documenti, e di dovizia di particolari che dimostrano quanto approfondita sia stata la ricerca antropologica che vi è alla base. Ma, mano a mano che si procede con la lettura (il tomo consta di ben 486 pagine) si delinea il racconto di fondo, la vicenda collettiva e umana di un popolo che ha trovato se stesso attraverso la ricerca anche fuori dai propri confini geografici. Così, il lavoro di Teti si pone a metà tra la ricerca scientifica e il romanzo, creando un testo leggibile e molto interessante. Interessante perché, come sempre accade quando si parla di antropologia, e come si diceva precedentemente, ripercorrere la storia di un popolo non serve solo a rileggere il passato, ma anche e soprattutto ad avere nuove armi e chiavi di lettura per il presente e le sfide che ci pone davanti.