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L’attualità dell’antropologia filosofica di Gehlen

L’antropologia è una disciplina umana piuttosto curiosa. Nella maggior parte dei casi, e per la maggior parte del tempo, viene relegata ad un’importanza del tutto secondaria, come se si trattasse di una sorta di “scienza minore” priva dell’autorevolezza di altre scienze.

Ci sono poi alcuni momenti storici in cui l’antropologia invece assume una nuova statura, poiché in molti si rivolgono ad essa per trovare risposte ad alcune annose questioni. In genere, si tratta di momenti storici di crisi, in cui l’uomo torna a rivolgersi la fatidica domanda: chi sono io? Tale quesito infatti non può essere risolto solo con la filosofia, che pure viene in aiuto con la sua speculazione, ma la filosofia ha bisogno di essere integrata con l’antropologia, scienza che analizza i comportamenti umani attraverso i secoli e può dunque leggerli in modo chiaro, fornendo importanti strumenti di lettura per il presente. Non stupisce dunque che in un periodo storico come quello che stiamo attraversando, pieno di conflitti e tensioni sociali e di profondo smarrimento individuale, l’antropologia torni a svolgere un ruolo di primo piano nella speculazione degli intellettuali. In particolar modo se ne sta riscoprendo una particolare branca che nacque e si affermò negli anni venti del Novecento, poco dopo la fine della prima Guerra Mondiale e a ridosso dell’avvio della Seconda. Si tratta dell’antropologia filosofica, i cui maggiori rappresentati furono Max Scheler, Helmuth Plessner ed Arnold Gehlen. Di quest’ultimo, che era il più giovane dei tre, è stato da poco riproposta in libreria la nuova edizione di uno dei suoi saggi più famosi, “L’uomo delle origini e la tarda cultura”, ristampato da Mimesis e curato da Vallori Rasini. Dall’ultima volta che questo libro è stato pubblicato, a cura del Saggiatore, sono passati 26 anni; il volume è stato scritto nel 1956 e molte delle tesi espresse oggi possono giudicarsi superate, pure restano molti spunti davvero interessanti. Come premessa necessaria, bisogna ricordare che Gehlen aderì al partito nazionalsocialista, pur prendendone in seguito le distanze, e fu questo a consentirgli di godere di una certa notorietà. Le teorie di Gehlen nacquero sulla scia delle grandi innovazioni introdotte da Darwin nel campo delle speculazioni circa l’origine biologica dell’uomo. Gehlen le confuta decisamente: secondo lui infatti l’essere umano non è l’evoluzione di un’altra specie animale (la scimmia) ma una specie a se stante. A dimostrazione di questo ne fa notare la sua estrema peculiarità, la sua profonda differenza con gli altri animali, che per l’antropologo risiede soprattutto nell’estrema fragilità del corpo umano. L’uomo è glabro e per ripararsi necessita di vestiti; è privo di alcuni degli istinti più naturali degli animali ed anche della possibilità di difendersi usando parti del suo corpo (non ha zanne, non ha artigli, è inerme). Soprattutto la mancanza di istintualità animale fa sì che l’uomo vaghi per la Terra senza una meta, senza uno scopo, senza un’identità ben precisa. È per questo motivo, secondo Gehler, che sono nate le istituzioni umane. Privo di un codice innato, l’uomo se ne è dovuto costruire uno al fine di irreggimentare e dare un senso alle sue pulsioni elementari: nutrirsi, ripararsi, riprodursi. Così sono nati il matrimonio, lo stato, le forme di rappresentazione artistica, l’amicizia: scatole nelle quali l’uomo può esprimere se stesso e trovarsi un’identità. Quello che conta però è che pulsioni naturali e istituzioni non si scindano mai: le une senza le altre perdono di senso e diventano anzi dannose. Anche se, come si diceva, molti dei pensieri di Gehler sono oggi considerati stravaganti, egli offre una base molto solida su cui cercare di capire anche la società contemporanea.