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Curare le malattie con il cervello dei nostri antenati

Quando si pensa all’antropologia e agli studi che cercano di ricostruire l’evoluzione umana, può capitare di pensare che si tratti di conoscenze del tutto teoriche e puramente didattiche, ovvero che esse non abbiano alcuna utilità né immediata ripercussione sull’attualità e sulla nostra vita quotidiana.

In realtà è vero esattamente il contrario: meglio e più si conoscono i processi evolutivi che attraverso i millenni hanno condotto l’uomo ad essere ciò che è oggi, più è possibile anche trovare una risposta a quesiti relativi alla nostra salute. In particolar modo, potrebbero essere le malattie che hanno origine nel DNA e nella mappatura genetica che potrebbero trovare una soluzione attraverso lo studio dei resti dei nostri progenitori. Proprio in questi giorni, ad esempio, è stata diffusa la notizia di una ricerca che viene portato avanti da una nutrita equipe di studiosi di varie discipline, e coadiuvata dall’Università della California Irvine. Questa ricerca potrebbe avere dei risultati davvero sorprendenti e utili per molte persone, perché si pensa potrebbe essere utile a mettere a punto una cura per malattie come la dislessia. Quello che si intende fare è ricostruire nel dettaglio l’evoluzione di un particolare organo presente nel corpo umano, forse uno dei più importanti in assoluto, ovvero il cervello. Come? La possibilità di conoscere in ogni suo recondito segreto il cervello degli uomini preistorici deriva da alcuni resti umani ritrovati proprio in Italia, e più precisamente in Calabria, nella grotta del Romito di Papasidero. Qui sono stati rinvenuti alcuni esemplari, tra cui lo scheletro di un giovinetto non ancora adolescente. Fabio Martini, professore di archeologia preistorica all'università di Firenze, ha spiegato come in un esemplare umano così giovane le ossa del cranio fossero ancora malleabili, tanto che il cervello ha lasciato una sorta di impronta all’interno della scatola cranica. Come fare però per riuscire a ricostruire il cervello partendo dal suo calco? A questo ha pensato Claudio Tuniz, tecnico del Centro Internazionale di Fisica Teorica Abdus Salam di Trieste. Tuniz ha effettuato un numero incredibile di radiografie del cranio dell’esemplare considerato, che è stato chiamato “Romito 9”. In tutto, alla fine c’erano a disposizione 4 mila radiografie, effettuate su ogni grado di rotazione del cranio. Questo materiale è stato poi trasmesso in California, dove sono presenti le tecnologie necessarie affinchè, da quei rilievi bidimensionali, si potesse ricostruire un modello in 3D del cervello preistorico, risalente a ben 17 mila anni fa. Contemporaneamente, dallo scheletro del Romito 9 è stato anche estratto il DNA, un lavoro particolarmente delicato e complesso che però potrebbe dare molte soddisfazioni. L’obiettivo finale è molto ambizioso: l’intenzione dei ricercatori consiste nel mappare il cervello di altri 70 esemplari preistorici, in modo da poter letteralmente visualizzare l’evoluzione che questo fondamentale organo ha avuto nel tempo, sia dal punto di vista fisico che genetico. Così sarebbe possibile scoprire l’origine di certi disturbi congeniti del linguaggio, analizzando l’area celebrale preposta alla comunicazione. Anche se la strada da percorrere è ancora molta, tra i vari soggetti coinvolti c’è una grandissima soddisfazione, specie perché è la prima volta che si riesce ad avere una ricostruzione completa di un cervello preistorico del determinato periodo considerato, che era fino ad ora mancante. I ritrovamenti nella grotta del Romito sono dunque stati fondamentali per il procedere della ricerca, che costituisce una grande speranza di miglioramento della vita per molte persone affette da patologie congenite del linguaggio.