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Il ricordo del lavoro di Ernesto De Martino

Quando si parla della storia culturale di un Paese, dei personaggi che hanno contribuito alla crescita di una Nazione dal punto di vista dell’indagine e della riflessione storica, filosofica e letteraria, si tende a dimenticare la categoria degli antropologi.

In verità, invece, in Italia è stata l’antropologia la scienza che, specie nella seconda metà del Novecento, a seguito dei drammatici fatti della Seconda Guerra Mondiale, e soprattutto del dominio fascista, ha maggiormente contribuito alla difficile conquista dell’identità nazionale. Al giorno d’oggi, in cui si nota una certa perdita di valori e spesso si tende a smarrire la propria individualità nella globalizzazione, si stanno invece riscoprendo alcune figure che, silenziosamente ma assai efficacemente, hanno permesso di fissare in modo chiaro i capisaldi della nostra civiltà. Una di queste figure è quella di Ernesto De Martino (1908-1965). De Martino nacque a Napoli, dove si laureò e cominciò a sviluppare il suo interesse nei confronti dell’antropologia. Dopo un’iniziale simpatia per le idee fasciste, a partire dagli anni Quaranta cominciò invece ad avvicinarsi al Partito Socialista, e a sviluppare uno spiccato interesse per la civiltà contadina del sud Italia. Tra le teorizzazioni più importanti e significative che egli ci ha lasciato nei suoi numerosi scritti, c’è il concetto di “presenza”. Per De Martino la “presenza” significa essere sempre inseriti in un contesto storico, comprendendone il senso e facendo il possibile per agire efficacemente in seno alla società civile. Da questo punto di vista, particolarmente pericoloso era invece il processo di “spaesamento”, che significava la perdita del proprio senso, a causa dello smarrimento dei punti di riferimento. Si capisce come queste riflessioni siano oggi più attuali che mai; e per ricordare De Martino a cinquant’anni dalla sua morte, la Scuola di Specializzazione in Beni Demoetnoantropologici della Università di Perugia, in collaborazione con molti altri enti di ricerca, quali l’Istituto per l’Enciclopedia Italiana Treccani, la Fondazione Premio Napoli, l’Università di Ginevra, l’Associazione Internazionale Ernesto de Martino e molti altri, hanno deciso di dare vita ad una serie di incontri e conferenze. Il culmine dell’iniziativa ci sarà nel 2016, con un grande convegno a Roma. Tra gli animatori dell’evento, che si intitola nel complesso “Ernesto De Martino 50”, ci sono due studiosi che un tempo furono suoi allievi, e oggi spiccano per il loro contributo in campo antropologico. Si tratta di Tullio Seppilli e Amalia Signorelli, coadiuvati da Giovanni Pizza, direttore della Scuola di Perugia. La Signorelli ha tenuto domenica 15 novembre uno dei primi momenti di incontro del ciclo, in cui ha parlato del libro da lei pubblicato presso L’Asino d’oro Edizioni “Ernesto de Martino. Teoria antropologica e metodologia della ricerca”, nel quale la Signorelli ricorda l’impegno civile del suo maestro, che vedeva nell’indagine antropologica un modo per vivere in modo più intenso e consapevole il presente. Tullio Seppilli invece ha tenuto il suo intervento il giorno seguente, lunedì 16 novembre, presiedendo una tavola rotonda. Anche il suo contributo è stato volto a ricordare la fondamentale importanza che l’etno-antropologia ha nella formazione della coscienza di una società democratica, proprio come pensava De Martino. A conclusione delle sessioni di lavoro non sono mancati momenti ludici e di intrattenimento: De Martino infatti studiò a fondo il fenomeno del “tarantismo”, legato alla taranta, la danza tipica del Salento, territorio che è stato presente con la musica e i suoi prodotti tipici.