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Il Labanof e il lavoro di riconoscimento dei resti umani

L’antropologia è una scienza umana molto complessa, che si dipana in moltissime branche, tutte utili a concorrere alla medesima finalità, ovvero conoscere sempre più da vicino l’uomo, le dinamiche che regolano la sua vita biologica, e non solo. C’è un aspetto dell’antropologia che non molti conoscono, ma che è decisamente tra i più utili ed è in qualche modo propedeutico ad ogni altro tipo di indagine; tale aspetto viene incarnato da un istituto che si chiama Labanof.

Labanof è un acronimo che sta per Laboratorio di antropologia e odontologia forense; la sua sede fisica è adiacente all’Università di Milano, ma l’ente lavora soprattutto in collaborazione con le autorità giudiziarie. Infatti ciò di cui si occupano gli esperti che lavorano presso l’istituto, e che appartengono a diverse discipline, a partire proprio dall’antropologia, ma anche all’odontologia, alla biologia e altro, è cercare di risalire all’identità di una persona a partire da resti che possono essere stati trovati anche a distanza di tempo. Questa descrizione forse può subito evocare alla mente certi telefilm americani in cui il lavoro dei patologi forensi viene presentato come una realtà affascinante e misteriosa, e per certi versi lo è. Le indagini che vengono condotte su corpi che vengono rinvenuti molti anni, addirittura molti secoli (o millenni) dopo il decesso hanno un’importanza fondamentale in molti campi scientifici. Il Labanof si occupa nello specifico di aiutare le autorità a scoprire l’identità di cadaveri che altrimenti resterebbero consegnati all’anonimato; a volte i resti sono così poveri o mal messi che bisogna applicare le tecniche più sofisticate ed innovative per il loro riconoscimento, che comunque non è mai dato per scontato. Ad oggi ci sono oltre 80 corpi di cui gli esperti dell’istituto si sono occupati, senza però essere riusciti ad dare loro un nome. Il database del Labanof però è pubblico e accessibile a tutti, nella speranza che qualcuno possa dare qualche indicazione in più. Perché, anche se non è possibile dare un nome ad un corpo senza vita, ciò che gli studiosi del Labanof fanno, per certi versi, è qualcosa di più. Infatti essi riescono a ricostruire la “storia” del soggetto: non solo il modo in cui è morto, le cause che ne hanno determinato il decesso, ma anche le cose che gli possono essere capitate mentre era ancora in vita. La prima cosa che gli studiosi cercano di determinare, quando viene loro sottoposto un nuovo caso, è se i resti rinvenuti siano davvero umani (qualora non vi sia un’evidenza in tal senso). Poi si passa a determinare sesso, età, eventuali patologie da cui il soggetto poteva essere affetto. Presso l’istituto sono stati portati cadaveri ritrovati presso le stazioni della metropolitana o del treno, in cantieri ormai chiusi o in prossimità di dighe e fiumi. Alcuni risalgono a pochi anni fa, altri addirittura a più di 50 anni fa. Ad ognuno di loro viene prestata la medesima cura per aiutare gli inquirenti a ricostruire le circostanze della loro morte. In modo più ampio, nel campo dell’antropologia le tecniche applicate dagli studiosi del Labanof servono anche a capire meglio l’evoluzione umana, perché le indagini da loro condotte possono essere utili anche su corpi risalenti all’età della pietra, o comunque a molti secoli fa. Il lavoro del Labonof però è utile soprattutto per le Procure della Repubblica italiane, con le quali l’istituto collabora e a cui presta le sue conoscenze per cercare di chiudere casi rimasti irrisolti, anche se non sempre questo è possibile.