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La triste fine di Lucy

Nel 1974 un gruppo di ricercatori guidato da Donald Johanson si trovava ad Afar, in Etiopia, dove fece un ritrovamento che avrebbe cambiato la storia dell’antropologia. Venne ritrovato uno scheletro completo al 40% di un esemplare di Australopithecus afarensis, uno dei nostri progenitori più antichi, vissuto sul pianeta Terra qualcosa come 3,18 milioni di anni fa.

Fino a quel momento non si avevano che pochissimi frammenti di quel periodo preistorico, troppo pochi per poter fare delle deduzioni di una qualche importanza. Con questo ritrovamento, che si può definire eccezionale per la sua antichità, le cose cambiarono radicalmente. Il fossile fu chiamato affettuosamente Lucy per via di una popolare canzone dei Beatles, “Lucy in the sky with diamonds”, che risuonava nel campo di studi di Johanson e dei suoi; infatti l’esemplare, si stabilì, era di una femmina che sarebbe stata alta poco più di un metro e che doveva pesare circa 30 chilogrammi. Oggi i resti di Lucy, che viene considerata la progenitrice della specie umana, sono conservati presso il Museo Nazionale d’Etiopia. Nel 2006 però è stata negli USA, dove un team di studiosi guidato da John Kappelman ha condotto degli studi molto approfonditi su di lei. Le conclusioni a cui i ricercatori dell’Università del Texas di Austin sono giunti sono state pubblicate di recente sulla rivista “Nature” e ci danno qualche dettaglio in più sul modo in cui Lucy potrebbe essere morta. A sua volta, la causa del decesso ci fornisce altre informazioni sul suo stile di vita, e su quello degli altri australopitechi suoi contemporanei. I resti di Lucy sono stati sottoposti a ben 35 mila scansioni di tomografia computerizzata, capace di dare un dettaglio clinico più approfondito delle fratture che si possono osservare sull’apparato scheletrico. Infine, Kappelman ne ha dedotto che la povera Lucy deve essere morta dopo una bruttissima caduta dall’alto. Dalla natura delle fratture si ipotizza che sia precipitata da un’altezza di ben 12 metri, cioè è come se fosse caduta dal quarto piano di una casa. Ovviamente lei non poteva trovarsi sul balcone di un appartamento, ma sul ramo di un albero. Cadendo non è morta sul colpo, ma poco dopo: non dovrebbe aver sofferto, dicono i ricercatori, con una buona dose di immaginazione. L’aspetto interessante di questa deduzione, se si confermasse come vera, è che darebbe una conferma a qualcosa che gli antropologi pensavano già da tempo, e cioè che tre milioni di anni fa i nostri antenati avevano iniziato a camminare eretti, ma ancora vivevano per lo più sugli alberi come le scimmie. Probabilmente quella fu una fase di transizione e la povera Lucy ne fece le spese, poiché non aveva più la dimestichezza di un tempo nell’arrampicarsi sugli alberi. L’ipotesi a cui Kappelman e gli altri studiosi americani sono giunti però non ha trovato approvazione da parte i tutti gli studiosi del settore. Lo stesso Johanson, che ritrovò personalmente Lucy,si dice piuttosto scettico circa l’attendibilità dei risultati della tomografia. Secondo lui infatti le fratture potrebbero essere post mortem, anche perché sono molto simili a quelle riscontrate su altri fossili animali, ad esempio di giraffe che di certo non potevano essere morte per via di una caduta. Gli studi dunque verranno approfonditi e Lucy continuerà ad essere oggetto di grandi attenzioni da parte degli antropologi di tutto il mondo, sperando che ciò che resta di lei possa raccontarci qualcosa di più circa le origini della nostra specie.