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Un altro punto di vista: no all’antropologia nelle scuole

Le due principali associazioni italiane che si occupano di scienze antropologiche, Anuac (Associazione nazionale universitaria antropologi culturali) e Aisea (Associazione italiana per le scienze etno-antropologiche), si sono fatte portatrici di un’istanza intorno alla quale tutta la comunità culturale nazionale si è interrogata.

Non sarebbe forse opportuno insegnare l’antropologia nelle scuole? L’antropologia è, per eccellenza, la scienza che studia l’uomo nella sua totalità, sia fisica sia spirituale. L’antropologia ne studia usi e costumi, racconta perché si sono formate diverse civiltà e come. In poche parole, quello che si ritiene è che studiare l’antropologia equivalga a studiare la tolleranza, grazie all’acquisizione di una nuova apertura mentale che inviti a considerare l’altro non pericoloso, ma solo una diversa espressione della medesima umanità. In molti quindi si sono trovati concordi con la richiesta di Anuac e Aisea di introdurre come materia di studio l’antropologia negli istituti scolastici di ogni ordine e grado, a partire dalle classi elementari. Ma si sono levate anche delle voci contrarie: e a sostegno delle loro tesi hanno addotto un ragionamento molto semplice e lineare, che non appare affatto campato per aria. L’Italia è un Paese multirazziale: anche se nella nostra vita quotidiana sperimentiamo le difficoltà connesse all’integrazione di etnie diverse, e anche se negli ultimi mesi i flussi migratori sono aumentati rispetto al passato, sta di fatto che ormai parlare di “italianità” come se fosse una prerogativa solo di una certa fetta di popolazione appare davvero anacronistico. Secondo i dati Istat nel nostro Paese ci sono persone che provengono da ben 196 nazioni diverse: ciò vuol dire che la pluralità di espressioni è un fatto ormai conclamato. E infatti basta farsi un giro tra le aule scolastiche per rendersene conto. I bambini di pelle bianca convivono pacificamente con bambini di pelle gialla, scura, nera o marrone o di qualunque altro colore. Bambini cristiani giocano con bambini musulmani senza chiedersi troppo rispetto alla religione professata dal papà del proprio amichetto. Un modo coeso, unito, che accetta pacificamente le diversità e convive senza conflitti esiste già, ed è negli occhi dei bambini e dei ragazzi. Quando giorno dopo giorno si devono condividere compiti, lezioni, ma anche momenti di svago; quando si impara a crescere insieme e si scopre che i traumi dell’esistenza sono gli stessi quale che sia il Paese che ti ha dato i natali, non c’è il tempo materiale di ricordarsi che “non siamo tutti italiani”. In poche parole, il problema non nasce nelle scuole, ma nasce appena si va fuori, tra le persone adulte. Siamo noi adulti, infatti, che spesso restiamo preda dei nostri pregiudizi, che non accettiamo che il “nostro” Paese sia “invaso” da persone di altre nazionalità, senza nemmeno renderci conto che nulla è “nostro”, e che tutti siamo cittadini del mondo, on pari diritti e doveri. Quindi è stata fatta una controproposta: l’antropologia non serve nelle scuole, ma forse andrebbe insegnata attraverso altri canali, quelli fruiti dagli adulti, come la televisione. In passato la televisione si era assunta il compito di insegnare la lingua italiana, quando ancora la popolazione nazionale era composta per lo più da analfabeti. Servirebbe un nuovo Maestro Manzi, che oggi non insegni più grammatica e sintassi, ma insegni un altro linguaggio, quello del cuore, che ci rende tutti simili sotto lo stesso sole. Così sarebbe possibile diffondere una nuova educazione civile che contribuisca a far sparire ogni germe di odio e razzismo, che invece troppo spesso viene seminato proprio da chi dovrebbe lavorare per costruire la pace.