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L’archeologia e le donne: come influiva sulla loro vita lo stato di salute

Ci sono aspetti che possono aiutare a gettare luce sull’evoluzione umana, e sui legami profondi che ci sono tra la qualità della vita, la sua durata, e le condizioni di esistenza quotidiana dei nostri progenitori. C’è una parte di popolazione che però viene discriminata persino in ambito antropologico, ovvero le donne.

Anche se lo status femminile è sempre stato sottomesso a quello maschile, resta il fatto che gran parte della struttura societaria, fin dalla preistoria, ha poggiato sulle donne, in quanto madri in grado di procreare, e in quanto fulcro del nucleo familiare. Così, la moderna antropologia ha pensato fosse importante indagare in modo più approfondito quali fossero le loro condizioni di vita in passato in Italia, incrociando le conoscenze e le tecniche che vengono da moderne branche di questa disciplina, quali la paleopatologia e l’archeomedicina. In sostanza, analizzando con le tecniche più avanzate della medicina contemporanea i resti di donne vissute in epoca medievale e rinascimentale, si è potuto capire meglio quale fosse il loro stato di salute, e in che modo ciò incidesse sulla loro conformazione fisica. Tutto questo è stato facilitato in Italia dal fatto che in epoca rinascimentale molte nobildonne venivano sepolte con ogni onore, e quindi i loro resti sono facili da rinvenire e da studiare. L’esito di queste indagini è stato presentato presso l’Università di Sassari in un convegno dal titolo “Resti scheletrici come documento di salute e malattia, di vita e di morte. Per un nuovo approccio alla storia delle donne sarde”, in quanto la ricerca, curata dal Dipartimento di Scienze biomediche e dal Centro studi antropologici, paleopatologici e storici dei popoli della Sardegna e del Mediterraneo, si è focalizzata proprio sulla popolazione femminile dell’isola di Sardegna. Le indagini sono state condotte prevalentemente sui resti della granduchessa Giovanna d’Austria, la quale risulta fosse affetta da tubercolosi e da una forma di rachitismo. Sul suo scheletro si sono potuti leggere con chiarezza i segni derivanti dai numerosi parti che ha affrontato nell’arco di pochissimo tempo: tra i 18 e i 32 anni ebbe infatti ben 11 figli, e questo segnò notevolmente il suo fisico e la sua salute. Anche altri resti che sono stati rinvenuti, di donne sarde vissute nel medioevo e di più modesta estrazione sociale, dimostrano come il momento del parto per molte donne fosse quello che segnava maggiormente il loro stato di salute. In moltissimi casi ne decretava la morte, e questo stato di cose sarebbe cambiato solo grazie ai progressi compiuti nella medicina ostetrica. Accanto alle gravidanze erano le condizioni generali di vita a minare lo stato di salute delle donne: l’alimentazione scarsa e insufficiente, ad esempio, causava un indebolimento delle ossa e una prematura caduta dei denti, così che fanciulle ancora nel fiore dell’età apparivano donne molto più avanti negli anni. Persino la scarsa statura delle donne in Sardegna in epoca medievale si può connettere alle condizioni di vita che conducevano spesso ad ammalarsi di malaria, sia per la scarsa igiene che per la non corretta alimentazione. Appare evidente infatti che l’altezza media dei soggetti di sesso femminile si sia abbassata tra l’epoca romana e il successivo periodo storico. Uno degli ultimi argomenti che si sono affrontati nel convegno riguarda il ritrovamento dei resti di una donna vissuta in epoca nuragica in una grotta del rio Flumineddu. Sul suo teschio appare un foro causato da una trapanazione cranica, ma ancora non è chiaro se si trattasse di una pratica rituale o di un vero e proprio intervento chirurgico.